White Out

con il sostegno di:

Compagnia di San Paolo, nell’ambito del bando ORA! Produzioni di Cultura Contemporanea

 

in collaborazione con:

La Corte Ospitale, Teatro Asioli, Dinamico Festival, Teatro Frida asd Si.ste.ma, Inteatro Festival, ERT

ideazione, regia e coreografia: Piergiorgio Milano


interpreti: Erica Bettin, Piergiorgio Milano, Nicola Cisternino

con l’indispensabile aiuto di: Claudio Stellato, Florent Hamon, Francesco Sgrò

collaborazione ai testi: Teodora Grano

disegno luci: Bruno Teusch

costumi e scenografia: Raphaël Lamy, Piergiorgio Milano

creazione sonora: Federico Dal Pozzo

grazie a: Anna Torretta, Enrico Camanni, Laure Clapies, Johan Bichot, Loyd Llovel, Michael Brand, Jakob Jautz, Valentina Cortese, Giovanna Milano, Lucia Ferina, Alessandro Facciolo, Marzio Nardi – Bside Climbing Village

 

produzione: Elisa Bottero/ Teatro La Caduta

diffusione: Valentina Barone

 

una coproduzione:

Torinodanza festival/Teatro Stabile di Torino - Teatro Nazionale, Malraux scène nationale Chambéry Savoie, nell’ambito del progetto Corpo Links Cluster sostenuto da PC INTERREG V A - Italia-Francia (ALCOTRA 2014-2020), Les Halles de Schaerbeck, RSGT/Flic – Residenza Surreale, La Caduta

“L’ambizione più alta di questo spettacolo è trasformare l'alpinismo in un linguaggio artistico. Creare un’esperienza coreografica ed una sintesi visiva così forti da trasportare l’immensità della montagna all’interno del teatro, affinché il pubblico possa vivere da vicino la neve, le tempeste, gli strapiombi verticali di roccia.”

 

Piergiorgio Milano

"E Piergiorgio Milano, coreografo e performer d’abilissima commistione

Fra danza, teatro e arti circensi, ci accompagna, con la poesia del movimento,

con la forza e l’estetica del gesto, con il fascino dell’immaginazione,

dentro quel mondo non solamente evocato

bensì segnato da storie di vita.

E noi ne siamo rimasti pienamente affascinati."

Giuseppe Distefano

Artribune.com

30-10-2019

White out significa la perdita totale di riferimenti spazio-temporali e la conseguente impossibilità di avanzare o retrocedere. Una condizione di stallo che può portare a conseguenze estreme. Una frontiera tra la vita e la morte dall’aspetto gentile, morbida come le nubi e la neve.

 

L’alpinismo è uno sport dalla storia profondamente umana che appartiene a tutte le nazioni; White Out è l’omaggio a tutti gli alpinisti che sono spariti, o che scelgono il rischio di sparire, nel bianco senza fine delle altezze. I conquistatori dell’inutile.

 

White Out è un viaggio ironico e drammatico, divertente, coinvolgente, non solo nel paesaggio naturale evocato in scena, ma nell’interiorità umana, un affondo in essa che apre squarci ad altri sguardi.

 

Sfida non da poco, quindi, tradurre in coreografia, in luogo emotivo, il paesaggio alpino; portare la verticalità della montagna nell’orizzontalità del palcoscenico;

trasmettere ritmo a qualcosa d’immobile che ritmo non ha;

aprire alla vastità nel chiuso di un teatro.

Non solo.

Restituire il senso di fatica, di sfida, di coraggio; e i sentimenti, le paure, la solitudine, la passione del rischio, le aspirazioni alla vetta, le ambizioni e le contraddizioni che lo accompagnano.

 

La montagna, quindi, quale specchio dell’uomo.

 

LA COSTRUZIONE DI UN UNIVERSO

 

White Out segue la storia di una piccola comunità che affronta un viaggio iniziatico.
Parla della natura umana affrontando i temi della morte, della separazione, dell’ambizione personale, dei rapporti all’interno di un gruppo.

La montagna è la metafora, la lente di ingrandimento che permette di osservare la natura umana da vicino. Prendere decisioni, affrontare le difficoltà, affidarsi agli altri, sono passaggi iniziatici nella vita di ognuno di noi, e di ogni spettatore. Lo spettacolo li affronta in maniera diretta, mantenendo un linguaggio semplice, associato ad immagini con una forte carica visionaria, senza mancare di senso dell’umorismo. Per questo, White Out ha trovato forte il favore del pubblico, indipendentemente da chi fosse o meno interessato alle storie di montagna.

Nello spettacolo il personaggio femminile gioca un ruolo chiave. Da un lato, incarna la sensazione di essere fuori luogo in un ambiente dominato da canoni tradizionali, mascolini e forzati. Dall’altro, la sua fragilità è davvero la sua forza, la spinta nascosta che trova la giusta motivazione per camminare senza affondare, in ascolto dell’istinto vitale che vuole continuare a esistere, e di cui sarà lei l’unica responsabile e protettrice.

La drammaturgia utilizza un editing cinematografico dalla cronologia scomposta. Lo spettacolo prende vita da un’alternanza d’immagini che oscillano tra realtà e immaginazione, sviluppandosi attraverso il principio della frammentazione e dei flash-back. Una voce narrante accompagna il pubblico nei momenti di transizione, di modo che ogni spettatore possa arricchire la fruizione dello spettacolo stimolando il proprio immaginario personale.

“Tornare vivi, tornare amici, raggiungere la vetta. In questo preciso ordine” Roger Baxter Jones

CIRCO, DANZA, ALPINISMO: UNA CREAZIONE MULTIDISCIPLINARE

White Out offre un vocabolario coreografico specifico, risultato di una fusione tra danza e circo contemporaneo, che riesce a restituire la spettacolarità di uno sport estremo come l’alpinismo.
I materiali tecnici sono re-inventati per creare immagini evocative e potenti. Moschettoni, funi e imbraghi, vengono sradicati dal loro utilizzo reale per dare vita a nuove possibilità coreografiche ed espressive.

Gli sci diventano un oggetto dall’equilibrio instabile, originando una forma di movimento in perfetto equilibrio tra danza contemporanea e arte circense, che offre allo spettatore un’esperienza visiva intensa e originale.

La corde-lisse, unico attrezzo in scena riconducibile al mondo del circo, è simbolo di verticalità, vertigine e vuoto. La sua linea retta, al confine tra cielo e terra, diventa riferimento delie vie aperte da chi scala. In scena è utilizzata insieme ad alcuni dispositivi di protezione alpinistici, permettendo così la creazione di dinamiche ed immagini altrimenti impossibili su quest’attrezzo.

Nel rappresentare l’universo legato alla montagna, la fisicità è spinta al suo limite. Non c’è raffigurazione, né pantomima. Sono veri i pesi negli zaini, così come le difficoltà di ancorare i rinvii, lo sforzo di sostenere il peso in sospensione, quello degli altri corpi, e, di conseguenza, la fatica e l’autenticità della presenza in scena.

LA FOTOGRAFIA

Per rappresentare la montagna, White Out rinuncia ad ogni forma didascalica. Al contrario investe su tutti gli elementi sonori e visivi necessari affinché sia l’immaginazione dello spettatore a ricostruire un’immagine nitida e realistica della montagna. White out è il risultato di scelte scenografiche radicali e precise, incentrate sulla sottrazione degli elementi, in modo che la presenza di ciò che non si vede possa affermarsi in maniera potente.

Lo spettacolo si svolge in una scatola nera ricoperta da un evidente strato di neve. Un ambiente naturale concreto che rappresenta allo stesso tempo lo spazio mentale dei personaggi. Un luogo che contiene realtà presente e ricordo, sogno e distorsione. Così, la neve si carica di significati diversi, dal gelo implacabile del ghiaccio a 8000 metri, al candore di una nevicata di inizio inverno, fino a diventare la materiali di cui potrebbero essere fatte le nuvole del paradiso.

Alla scenografia impalpabile e rarefatta, si contrappone un’oggettistica complessa e precisa. La Lunghezza delle corde, il peso degli zaini, la quantità di materiali ancorati alle imbragature, restituiscono in maniera ultra-realistica l’immagine di una spedizione in alta quota. Inoltre, nessun oggetto vive di un unico significato: anche i costumi giocano un ruolo chiave nel passaggio tra le diverse temporalità dello spettacolo, e nel modo in cui la realtà incontra il mondo onirico.

IL PAESAGGIO SONORO. NASCONDERE LA MUSICA NEL VENTO.

Mark Twight, uno dei più controversi alpinisti americani, scrisse:

“se un uomo non ha sentito il fischio del vento a 8000 metri d’inverno, non può riconoscere il vero significato della paura”. I suoni percepiti durante l’ascensione sono un tema

ricorrente nella letteratura di montagna. Affermare che in montagna c’è silenzio, è spesso una vera e propria contraddizione. Concentrarsi su quel silenzio, porta a scoprire un’infinità di rumori distinti. Per riprodurre il silenzio della montagna, e originare quella sensazione che è in realtà è un’accumulazione di suoni diversi, è stato fatto un finissimo lavoro di creazione sonora.

Parallelamente a questo è stata progettata una spazializzazione tridimensionale di tutti i suoni più forti, come vento, valanghe, frane e cascate. Questi due universi sonori insieme contribuiscono a offrire un’esperienza auditiva immersiva e totale nell’universo montano. La manipolazione dei suoni è gestita dal vivo e crea un forte impatto sull’immaginazione del pubblico:

ogni soffio di vento, ogni crepitio del ghiaccio, è realmente calibrato sui movimenti degli interpreti.

L’ambientazione sonora rende tangibile per lo spettatore le forme e i luoghi che prendono vita sul palcoscenico.

LA COLONNA SONORA. UNA SFUMATURA POP

Non sono rari i racconti di alpinisti che hanno affrontato alcune delle pareti nord più pericolose al mondo includendo nella loro attrezzatura walkman e batterie. Lo spettacolo è attraversato dai grandi successi musicali degli anni ’90, dai Dire Straits a Whitney Houston, che accompagnano lo sviluppo della storia. Questa scelta lega fortemente ciò che accade ad un periodo storico preciso, agendo come elemento unificatore per il pubblico, che può riconoscere le dinamiche e le atmosfere sul palco. Una sfumatura “pop” che arricchisce di tenerezza e ironia un ambiente di per sé freddo e ostile, agendo metaforicamente come una fonte di calore e protezione per i personaggi in scena.

Quando il gioco si fa duro, i duri alzano il volume (Mark Twight)

Bandiere sulle montagne non ne porto: sulle cime io non lascio mai niente, se non, per brevissimo tempo, le mie orme che il vento ben presto cancella (Reinhold Messner)

Chi più in alto sale, più lontano vede; chi più lontano vede, più a lungo sogna (Walter Bonatti)