Con il sostegno di

Ass. Teatro della Caduta  - Piazza Santa Giulia, 11 - Uffici: Via Bava, 28 - il Teatro: via Buniva 24 -  10124 Torino  (TO)

P.Iva/C.F.  08714940015 - Tel. 011/0606079

CHI AMA BRUCIA.

Discorsi al limite della frontiera

Ideazione e regia Alice Conti
Testo Chiara Zingariello
Drammaturgia Alice Conti e 
Chiara Zingariello

Disegno luce, audio, scene e grafica 
Alice Colla
Costumi Eleonora Duse
Assistenza produzione Valeria Zecchinato
in scena Alice Conti
uno spettacolo di ORTIKA

"L'indigeno è l'essere chiuso in un recinto"  F. Fanon 


Tratto da interviste a lavoratori ed ex reclusi di un CIE italiano. 
Da qui. Dalla città fantasma dentro la città reale. Dal CIE - Centro di Identificazione ed Espulsione per stranieri; in Italia mezzo milione di persone vi sono passibili di internamento fino a 18mesi. Si tratta di cittadini stranieri che non hanno un documento di soggiorno valido: i clandestini, una categoria che questo luogo serve a creare e che non esiste se non in relazione a questo luogo. Il Campo crea e rinomina attraverso le sbarre i corpi delle persone che confina; c'è un destino nell'assegnazione di uno spazio. La Crocerossina in uniforme d'accoglienza ci guida dentro il suo campo da gioco, danza paternalista i turni, canta chiusa in ufficio, dalla radio le voci dei prigionieri. Un viaggio dentro il Campo, le sue regole e il suo linguaggio orwelliano, dentro uno sguardo ravvicinato e miope sull'altro. Il Campo introduce nello spazio civile della città un'eccezione inquietante e antica: le persone vi sono recluse non per qualcosa che hanno fatto ma per qualcosa che sono. Il Campo è una struttura para-carceraria che però non è sottoposta alle leggi della città né alle garanzie del carcere perché è stato costruito per far fronte ad un'emergenza e viene gestito sotto l'egida dell'accoglienza. Un luogo chiuso, segreto e separato dentro cui si realizza un disciplinamento che passa attraverso la scomparsa del corpo dei migranti. Un luogo rimosso dal panorama e censurato dai discorsi pubblici dove tutto è il contrario di tutto - i detenuti sono Ospiti e le celle Stanze d'albergo – che ho tentato di ricostruire sulla base dei racconti di chi lo ha vissuto. Per cercare di illuminare i meccanismi statali, amministrativi, legislativi e legali con cui si crea la clandestinità e che tendono a rimanere invisibili. La ricerca e lo spettacolo vogliono gettare uno sguardo antropologico su noi, sulla nostra società e sul modo in cui costruiamo l'immagine e l'identità degli altri, gli stranieri, i migranti, gli esuli. 
In scena la Crocerossina: dal suo ufficio-tana disegna una mappa e la attraversa come un videogioco. Cittadina italiana che chiede di restare anonima, clandestina, riceve le richieste degli Ospiti, somministra cibo e psicofarmaci, conta dei prigionieri. Volontaria con stipendio, assunta tramite agenzia interinale si fa portatrice di un discorso razzista perfettamente comprensibile, giustificabile, di senso comune. Un testo di parole realmente pronunciate che si svolge sul limite ambiguo del linguaggio, tra cura e controllo, tra umanitario e securitario dove si collocano e grazie a cui possono esistere luoghi d'eccezione come il Campo stesso. Compare infine la Garante: e' un personaggio politico che dovrebbe occuparsi dei diritti delle persone recluse ma che nel Campo non è mai entrata perché – ammette con candore – “queste persone sul territorio non esistono”.